La recente pubblicazione della Public Inclusion Toolbox for Renewable Energy da parte della Commissione europea, benché giuridicamente non vincolante, può segnare una vera e propria svolta nel rapporto tra produzione di energia da fonti rinnovabili e territori ospitanti.
Da Bruxelles, infatti, arrivano ora una serie di indicazioni concrete per aiutare gli Stati membri a migliorare l’accettabilità sociale dei progetti per la produzione di energia da fonte rinnovabile, per coinvolgere i territori e prevenire ritardi, ricorsi e opposizioni ai progetti (fonte Qualenergia.it).
Secondo l’Eurobarometro 2025, infatti, l’88% dei cittadini europei sostiene l’azione europea per aumentare le rinnovabili, ma il consenso generale può trasformarsi in opposizione quando un progetto interessa direttamente un territorio, soprattutto per le preoccupazioni relative al paesaggio, all’uso del suolo, all’ambiente e alla correttezza del processo decisionale. Ritardi, riprogettazioni, ricorsi e conflitti possono aumentare i costi e rallentare le autorizzazioni anche dopo il rilascio dei permessi. Da qui, secondo Bruxelles, l’importanza delle nuove misure per l’accettabilità che pur richiedendo risorse iniziali, hanno il pregio di ridurre nel tempo le spese legate a ritardi, battaglie legali e danni reputazionali.
Due i pilastri argomentativi del nuovo documento comunitario: 1) coinvolgere le comunità prima che le decisioni siano già state prese; 2) fare in modo che una parte concreta dei benefici economici resti nei territori che ospitano gli impianti.
La prima azione riguarda la possibilità per cittadini, amministrazioni, associazioni, agricoltori e altri soggetti interessati di ricevere informazioni comprensibili e incidere sulle scelte. Secondo la Commissione il momento dell’intervento è decisivo: il coinvolgimento avviato prima che localizzazione, dimensioni e caratteristiche dell’impianto siano definite può ancora produrre modifiche reali; se arriva quando il progetto è ormai chiuso, rischia invece di essere percepito come un adempimento formale.
La seconda, invece, si concentra sulla condivisione economica: le misure più efficaci, sostiene Bruxelles, uniscono un potere effettivo di partecipazione a vantaggi visibili per la comunità. La sola compensazione monetaria può attenuare alcune obiezioni, ma difficilmente costruisce fiducia se i cittadini non hanno avuto voce nel processo. Da questo punto di vista, grande importanza viene riconosciuta alle forme di partecipazione finanziaria diretta che comprendono la comproprietà degli impianti, l’investimento locale, i prestiti al progetto, il crowdfunding, le cooperative energetiche e i modelli di sale-and-lease-back (un modello in cui l’Ente vende l’impianto ai cittadini e lo prende subito in affitto, continuando a utilizzarlo e riconoscendo agli investitori un rendimento). In questi casi cittadini, imprese o Comuni diventano investitori o proprietari e ricevono dividendi, interessi, energia o risparmi. Importante anche il riferimento a misure per la condivisione indiretta che invece redistribuisce valore attraverso fondi comunitari, indennizzi, riduzioni delle bollette, imposte e canoni destinati ai Comuni, infrastrutture, occupazione e contratti per le imprese locali. Una parte delle risorse, sostiene la Commissione, può essere riservata alle famiglie vulnerabili che spesso non dispongono del capitale necessario per partecipare a un investimento.
Bruxelles però richiama l’attenzione su due ulteriori raccomandazioni: invita ad evitare modelli standardizzati ricordando che benefici e modalità di partecipazione devono essere proporzionati al progetto, rispondere alle priorità locali ed essere accessibili anche a chi ha redditi bassi o minori capacità amministrative; e riafferma l’importanza di procedure trasparenti: la comunità deve sapere quanto denaro viene distribuito, chi decide come utilizzarlo e quali risultati produce. In assenza di chiarezza e controlli, anche un meccanismo ben costruito può essere percepito come opaco o iniquo.
Particolarmente prezioso, infine, è il contenuto dell’Allegato 1 che raccoglie una serie di esempi concreti e buone pratiche che si sono registrate nei singoli Stati membri.
Si cita, ad esempio, l’Irlanda che offre un modello di partecipazione finanziaria indiretta: i progetti sostenuti attraverso il Renewable Electricity Support Scheme devono versare almeno 2 euro per ogni MWh prodotto in Community Benefit Funds, destinati al benessere economico, ambientale, sociale e culturale dei territori ospitanti. Per l’eolico terrestre sono previsti 1.000 euro l’anno per ogni abitazione entro un chilometro dall’impianto e contributi inferiori per quelle situate tra uno e due chilometri. Almeno il 40% del fondo finanzia iniziative locali collegate agli obiettivi di sviluppo sostenibile, selezionate attraverso una procedura pubblica. I fondi devono restare attivi per 15 anni anche qualora l’impianto esca prima dal sistema di sostegno. In base ai calcoli riportati dalla Commissione, un parco eolico da 10 MW trasferisce così alla comunità circa 800 mila euro in termini reali con gli importi adeguati all’inflazione.
Altro caso citato è quello adottato in Austria con la Solar Power Plant Community Initiative. Qui i cittadini acquistano quote corrispondenti agli impianti fotovoltaici installati su scuole, municipi, impianti sportivi e altri edifici pubblici. Il Comune li prende poi in locazione e riconosce agli investitori un rendimento annuo dell’1,75%. Dopo circa dieci anni i pannelli tornano di proprietà municipale. Nel Comune di Wolkersdorf, ad esempio, quattro campagne di finanziamento sono state sottoscritte in poche ore coinvolgendo più di 200 cittadini dimostrando come sia possibile mobilitare capitale e consenso.
Diversi gli altri casi raccolti relativi alla sola partecipazione procedurale, misti oppure riferiti alla condivisione economica. Di seguito, per brevità espositiva, si riportano in elenco soltanto gli esempi più significativi:
- Germania (Sassonia) – Sportello di dialogo SAENA: consulenza gratuita a comuni e cittadini, mediazione conflitti, workshop, per progetti eolici e fotovoltaici.
- Germania (Turingia) – Sportelli dedicati a eolico e solare: supporto tecnico ai comuni, aiuto nella creazione di gruppi di proprietari terrieri, marchio “Fair Wind Energy” per aziende trasparenti.
- Austria (Burgenland) – Pianificazione territoriale partecipata (zoning) con ONG, sviluppatori e comunità coinvolti fin dalla fase di individuazione delle aree: ha portato al 100% di elettricità rinnovabile già nel 2013, con tempi di autorizzazione record grazie alla fiducia costruita nel tempo.
- Cechia (Vojtěchov) – Processo partecipativo guidato da un ente locale neutrale (LAG Hlinecko): incontri pubblici, “world café” e infine un referendum informale con 100% di affluenza e 94% di consensi a favore del progetto eolico.
- Francia – Legge APER (2023): i comuni stessi designano “zone di accelerazione” per le rinnovabili tramite un portale nazionale con dati geografici; oltre un milione di aree identificate entro inizio 2026.
- Portogallo – Iniziativa “smart siting” di Nature Conservancy: mappatura del valore sociale del territorio (paesaggio, patrimonio culturale) incrociata con il potenziale rinnovabile, per individuare aree a basso conflitto.
- Lussemburgo – “Solar Challenge”: competizione tra comuni per installare più fotovoltaico, con supporto dell’Agenzia nazionale per il clima.
- Spagna – Sigillo UNEF di Eccellenza in Sostenibilità: certificazione volontaria per progetti fotovoltaici che uniscono tutela ambientale, condivisione dei benefici e dialogo trasparente; 61 progetti certificati (4.725 MW) entro il 2025.
- Paesi Bassi – Accordo sul Clima 2019: 30 “Strategie energetiche regionali” co-create da governo, cittadini, imprese; obiettivo del 50% di proprietà locale nei nuovi impianti eolici e solari, superato l’obiettivo di 35 TWh fissato per il 2030.
- Spagna (Canarie e Baleari) – Obbligo di almeno il 20% di proprietà locale nei grandi progetti rinnovabili, tramite azioni o crowdfunding.
- Germania – Toolbox digitale “Strategie per Soluzioni Locali Accettabili” (UBA): strumento guida per i comuni per gestire i conflitti sul territorio.
- Danimarca – Schema di compensazione per perdita di valore immobiliare: risarcimento obbligatorio se un impianto fa scendere il valore di una proprietà oltre l’1%.
- Austria – “Solar Power Plant Community”: i cittadini finanziano pannelli solari su edifici pubblici (modello sale-and-lease-back), con rendimento garantito; grande successo di adesioni (es. a Wolkersdorf, tutti i round di finanziamento esauriti in poche ore).
- Estonia – Tassa sulle turbine eoliche: pagamento obbligatorio redistribuito a famiglie e comuni entro 2-3 km dagli impianti, fino a sei stipendi minimi annui.
- Irlanda – Fondi comunitari (RESS): contributo minimo di 2€/MWh dai progetti rinnovabili, con pagamenti diretti alle famiglie vicine e fondi per iniziative locali gestiti dalla comunità stessa.
- Grecia – Riduzione in bolletta: il 40% di un prelievo speciale va ai residenti vicini agli impianti, il 60% ai comuni per progetti ambientali e sociali.
L’evidente assenza di un caso italiano nel documento della Commissione indica certamente una lacuna del nostro ordinamento. È possibile che la Commissione abbia dovuto prendere atto della mancanza in Italia di schemi più strutturati e istituzionalizzati di condivisione dei benefici o di partecipazione procedurale. In effetti, il più recente intervento normativo in materia (l’art. 9 del D.Lgs. 190/2024 e smi) al comma 10 lett. d) si limita soltanto a prevedere l’obbligo di generiche “compensazioni territoriali ovvero ambientali a favore dei comuni stabilite in sede di conferenza di servizi per la realizzazione dell’intervento entro un limite non inferiore all’1 per cento e non superiore al 4 per cento del valore economico della produzione attesa durante la vita utile dell’ impianto, al netto del valore dell’energia eventualmente autoconsumata”. Una formulazione tutt’altro che incisiva, che continua a generare dubbi applicativi e che appare effettivamente inadeguata a raccogliere le raccomandazioni fornite dalla Commissione e a seguire le esperienze ben più ambiziose registrate negli altri paesi europei. C’è però una buona occasione per intervenire e provare a recepire le indicazioni europee. Nonostante il termine inizialmente previsto di 120 giorni dall’entrata in vigore del D. Lgs. 190/2024 (noto anche come Testo Unico FER), il Ministero dell’Ambiente a distanza di quasi 2 anni non ha ancora provveduto ad adeguare le vecchie Linee Guida del 2010 che ancora oggi rappresentano l’unico riferimento regolatorio in materia di compensazioni. Il ritardo cronico del Legislatore italiano potrebbe, per una volta, tornare utile e fornire da subito l’occasione più adatta per declinare nell’aggiornamento delle Linee Guida il generico obbligo di compensazioni al 4% in misure concrete sulla scorta degli esempi raccolti dalla Commissione.
Anche perché, nonostante le lacune legislative e le difficoltà applicative, non mancano in Italia buone pratiche capaci di testimoniare una crescente attenzione da parte dei territori alle tematiche evidenziate dalla Commissione europea in termini di partecipazione e condivisione dei passaggi. Legambiente, per esempio, nel Report Italia Rinnovabile 2026 ha raccolto alcuni casi di progetti rinnovabili capaci di svolgere un ruolo decisivo nella rigenerazione dei territori. Tra gli altri, meritano di essere citati i casi di Rivoli Veronese (un impianto eolico che combina visite guidate per studenti e turisti); di Trino, dove il più grande parco solare del Nord è stato realizzato attraverso un azionariato, denominato Scelta Rinnovabile, che ha favorito la partecipazione attiva e concreta delle comunità; quello di Pontinia, dove un impianto agrivoltaico è diventato una vera e propria leva di inclusione sociale grazie alla collaborazione con la Fattoria Solidale del Circeo che ha creato opportunità di lavoro per persone con disabilità e in condizioni di svantaggio; ed infine, quello di Pineto dove l’autorizzazione di due impianti fotovoltaici ha consentito, attraverso la mediazione di un comitato locale (partecipazione e condivisione), la realizzazione di una pista ciclopedonale strategica per collegare Torre San Rocco a Scerne e Pineto e la predisposizione di contratti di fornitura elettrica a prezzo agevolato per i residenti.
L’augurio, quindi, è che l’intervento della Commissione possa rappresentare un impulso finalmente decisivo affinché anche il nostro Paese possa costruire principi, azioni e misure per rispondere alle legittime istanze che da tempo arrivano in primo luogo dai territori energeticamente produttivi come i nostri.
Come egregiamente raccontato, tra gli altri, da Andres Rodigreguez Pose nel saggio La vendetta dei luoghi che non contano (in Italia, per Donzelli Editore) è in gioco qualcosa di ancora più grande e complesso: i territori che subiscono le esternalità negative della transizione energetica, senza una reale condivisione dei vantaggi, finiscono per azionare meccanismi di opposizione, di sfiducia e di difesa che alimentano conflitti locali e opzioni politiche più estreme o addirittura antisistema. Esperti del settore e autorevoli osservatori del processi energetici, inoltre, hanno più volte richiamato l’attenzione sull’esigenza di considerare le compensazioni non come un atto riparatorio, una semplice contropartita o la moneta con cui comprare il silenzio del territorio, ma al contrario come parte costitutiva dell’opera. L’energia elettrica deve generare energia sociale, economica, istituzionale. Non solo megawatt, ma valore condiviso. Le compensazioni devono ripagare i territori della produzione in termini strutturali, alimentando sistemi, relazioni, servizi, qualità della vita, sviluppo locale e opportunità (si legga Energie in Puglia – Pala al centro di Francesco Corvace per Cacucci Editore).
Del resto, proprio per colmare questa enorme lacuna, per chiamare in causa anche lo Stato (ovvero le politiche pubbliche) e per provare a risolvere l’antico paradosso dei territori energeticamente produttivi e allo stesso tempo anche economicamente poveri e marginali, con l’Associazione Dalla Parte dei Paesi abbiamo elaborato una proposta finalizzata ad aumentare i benefici per i territori energetici con l’attribuzione ai Comuni delle Aree Interne della quota di gettito dell’IMU relativa agli immobili produttivi nel gruppo catastale D (come quelli energetici) attualmente riservata allo Stato. E non è un caso che Anci Puglia abbia immediatamente aderito alla proposta e che numerosi comuni pugliesi, campani, lucani e molisani stiano manifestando in queste prime settimane sostegno e interesse all’iniziativa.
Dai Paesi delle aree interne fino a Bruxelles è tempo di aprire una nuova fase di partecipazione e condivisione per costruire modelli più maturi ed evoluti e per fare in modo che la transizione energetica possa rappresentare per i territori della produzione anche una transizione economica e sociale.
Perché come abbiamo più volte ribadito nessuno può permettersi che la nuova geografia dell’energia coincida con quella del malcontento.

