Nel disegno della fiscalità locale italiana, non vi è nulla di più strutturale del provvisorio. La riserva erariale di gettito IMU sugli immobili produttivi (gruppo catastale D) ne rappresenta l’archetipo: istituita nel 2012, come parte di una riserva di gettito più ampia e come misura straordinaria e temporanea di stabilizzazione dei conti pubblici (D.L. “Salva Italia”), è sopravvissuta a ogni stagione politica, cristallizzandosi in un prelievo centrale ordinario.
Avete capito bene! Un dirottamento verso il bilancio dello Stato di una grossa fetta del gettito di un’imposta locale, l’IMU appunto (Imposta Municipale Propria). Ed a queste condizioni, e con buona pace del Federalismo Fiscale (o Municipale), mai nome fu più inopportuno.
Nel dopoguerra ne abbiamo viste e sperimentate di “bizzarrie” nella legislazione fiscale, ma questa ci mancava. Oltretutto, come fanno notare in tanti, la nostra Carta Costituzionale prevede esplicitamente la compartecipazione degli enti locali al gettito di tributi erariali (art.119) non il contrario. Ma ormai lo abbiamo capito, “ in Italia Tutto è Possibile”.
Negli anni, si è generata e consolidata così una profonda asimmetria fiscale che costringe i Sindaci, in particolare quelli delle aree interne e marginali, a farsi carico della gestione di territori le cui basi imponibili produttive vengono sistematicamente spremute dall’Erario.
Il risultato? Un comune periferico ospita un opificio o un grande parco eolico, ne assume l’impatto ambientale, infrastrutturale e viario, ma assiste alla geometrica esportazione di gran parte del correlato gettito ad aliquota standard (0,76%) verso il bilancio dello Stato. Questa dissociazione economica scinde territorialmente le esternalità negative dai benefici finanziari. Come dire voi sindaci vi esponete, noi (Stato) ci prendiamo il malloppo.
Il circolo vizioso che svuota i bilanci (e i territori)
Nelle aree interne, la contrazione della base imponibile e il declino demografico agiscono in un combinato disposto drammatico per gli equilibri finanziari degli enti locali. La desertificazione demografica comprime l’addizionale IRPEF e le entrate correnti. Al contempo, l’erogazione dei servizi essenziali (dal trasporto scolastico alla viabilità montana, fino ai servizi socio-assistenziali) è sempre più difficile da garantire.
La Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), sconta un limite logico e strutturale: finanzia programmi di investimento (spesa in conto capitale), ma lascia i piccoli comuni privi delle risorse correnti necessarie a garantire la gestione ordinaria e quotidiana dei servizi. A questo deficit di programmazione si affianca l’evidente inefficacia dell’attuale sistema di perequazione comunale: i meccanismi di riparto basati sulle capacità fiscali standardizzate e sui fabbisogni standard non riescono a compensare le reali lacune dei territori marginali, cristallizzando i divari invece di colmarli.
Una proposta strutturale per superare la finanza derogatoria
Per invertire questa deriva è necessario un cambio di paradigma che sostituisca la logica del trasferimento precario con la certezza delle entrate proprie, attraverso tre pilastri tecnici definiti:
1. Stabilità e certezza delle risorse proprie: Restituire integralmente il gettito erariale IMU sugli immobili produttivi ai comuni intermedi, periferici e ultraperiferici. Parliamo di flussi correnti ordinari e definitivi, sottratti alla logica dei bandi, alla discrezionalità di conguagli retroattivi o riduzioni erariali.
2. Neutralizzazione degli effetti perequativi: Un passaggio tecnico cruciale Tali risorse non devono rilevare ai fini della determinazione della capacità fiscale standardizzata. Solo preservando questa neutralità si evita che il maggior gettito locale venga neutralizzato da un corrispondente taglio del Fondo di Solidarietà Comunale (FSC), garantendo un reale effetto addizionale sui bilanci comunali.
3. Equità fiscale della transizione ecologica: Le aree interne sono i veri motori della decarbonizzazione nazionale, ospitando la gran parte degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (accatastati nel gruppo D). Se il territorio sopporta il carico infrastrutturale e l’impatto paesaggistico della transizione, è giuridicamente coerente che la quota di fiscalità immobiliare di quegli impianti sia trattenuta in loco per finanziarne lo sviluppo e la resilienza.
4. “Dalla parte dei Paesi”: passiamo ai fatti
Questo percorso non attiene all’accademia, né a rivendicazioni di matrice municipalista: rappresenta una battaglia di tenuta istituzionale e di attuazione rigorosa dell’art. 119 della Costituzione in materia di autonomia finanziaria e territorialità del prelievo. È lo strumento indispensabile per dare concretezza al dovere inderogabile di solidarietà economica e sociale (art. 2 Cost.) e per consentire la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano lo sviluppo delle persone, in piena attuazione del principio di uguaglianza sostanziale (art. 3, comma 2, Cost.). Il rafforzamento finanziario strutturale della periferia della Repubblica non è un fine in sé, ma la precondizione per garantire l’erogazione dei servizi essenziali alla popolazione (dall’istruzione alla tutela della salute, fino alla mobilità). Senza risorse autonome a copertura della spesa corrente, l’uguaglianza dei diritti sanciti dalla Costituzione rischia di ridursi a una variabile geografica subordinata al codice postale. Proprio per tradurre questi principi in azioni concrete, con gli amici dell’associazione “Dalla parte dei Paesi” A.P.S.”, abbiamo elaborato una proposta di legge organica, snella e immediatamente applicabile. La misura persegue il rafforzamento finanziario strutturale dei bilanci comunali quale presupposto essenziale per garantire l’erogazione dei servizi essenziali alla popolazione e l’effettivo esercizio delle funzioni fondamentali degli enti locali. Vogliamo restituire ai Sindaci la stabilità corrente e l’autonomia necessarie per contrastare lo spopolamento e mitigare il rischio di dissesto idrogeologico, superando definitivamente la logica precaria dei trasferimenti straordinari o dei bandi episodici.
La sfida de “l’imposta che Resta”
Da questa visione è nata l’iniziativa “Imposta che Resta”, una mobilitazione civico-istituzionale volta a rivendicare il radicamento territoriale del gettito derivante dagli immobili produttivi, con particolare riferimento al comparto energetico delle fonti rinnovabili. Quella che a prima vista potrebbe apparire come una mera questione di tecnica contabile è, in realtà, un nodo sostanziale di equità territoriale. Il rischio concreto è la riproposizione, in chiave contemporanea, di logiche estrattive storiche del secolo scorso: un paradosso macroeconomico che vede i nostri territori marginali configurarsi come esportatori netti di energia e, contemporaneamente, aree depresse sotto il profilo delle risorse e dei servizi di prossimità.
La svolta decisiva in questo percorso è segnata dal sostegno ufficiale e formale deliberato da ANCI Puglia, l’organo di rappresentanza dei comuni pugliesi. Un traguardo strategico reso possibile grazie all’impulso fondamentale e al lavoro di mediazione tecnica di Noè Andreano, Vicepresidente regionale ANCI e Sindaco di Casalvecchio di Puglia, unitamente alla sensibilità e alla disponibilità istituzionale della Presidente regionale Fiorenza Pascazio, a cui va il nostro più sincero ringraziamento.
Attraverso questo formale riconoscimento, “l’imposta che Resta” cessa di essere una proposta di una singola associazione e si trasforma in un patrimonio comune, programmatico e condiviso da tutte le amministrazioni e dalle comunità territoriali della Puglia, ponendo le basi per un’azione di lobby istituzionale concertata a livello nazionale.
Il testo normativo è redatto e a disposizione del dibattito parlamentare. La parola passa ora alle istituzioni e alla politica.
Di Nino Silvestre

